8 MARZO SCIOPERO GENERALE DELLE DONNE
"Anche a Genova è previsto un corteo organizzato da diverse associazioni femministe, dalla Cgil e dall'Usb e dal variegato sindacalismo di base, che partirà da Porta di Vacca alle ore 18.00 dei Mercoledì 8 marzo e terminerà in Piazza de Ferrari. Le compagne del Circolo Culturale Proletario di Genova invitano tutte le donne a partecipare al corteo e fare proprie le rivendicazioni di parità salariali e di trattamento tra i generi, perché la crisi del capitale non devono pagarlo solo le donne, l'anello più debole della catena produttiva nel sistema capitalista odierno".
===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o =====
Sciopero globale. Il movimento delle donne al diapason in 40 paesi
Milano, Non una di meno
© La Presse
Il movimento Non una di Meno si prepara allo sciopero globale dell’8 marzo: con lo stesso simbolo in oltre 40 paesi dei cinque continenti. Un movimento forte, e numericamente consistente. Prima in Polonia e poi in Argentina, le donne hanno dato il «la», gridando: basta femminicidi, «se la nostra vita non vale, allora ci fermiamo». Il 26 novembre a Roma hanno sfilato oltre 200.000 persone. Ni una menos ha riempito le strade argentine e la Plaza del Congreso.
IL 21 GENNAIO scorso, dopo l’elezione di Trump negli Stati uniti, una manifestazione – replicata in tutto il mondo – ha portato in piazza a Washington almeno 500.000 persone. A prepararla, Women’s March, un’organizzazione orizzontale che si è mobilitata per i diritti delle donne, dei migranti senza documenti, delle persone Lgbtq e dei lavoratori poveri. Dopo il successo dell’iniziativa, il 14 febbraio scorso, il movimento ha rilanciato sulle reti sociali l’idea di «una giornata senza le donne» anche negli Stati uniti, per il prossimo 8 marzo.
GLI ANTECEDENTI ci sono, e provengono dal secolo scorso: il secolo delle rivoluzioni, delle indipendenze e del femminismo. Il secolo in cui la lotta per la libertà delle donne si è intrecciata a quella per la libertà dal capitalismo e dal colonialismo. Un obiettivo che torna fortemente anche nello sciopero globale di questo 8 marzo.
IL 24 OTTOBRE del 1975, l’idea è stata lanciata in Islanda e ha raccolto l’adesione del 95% delle donne: astenersi da ogni attività per denunciare il doppio lavoro compiuto ogni giorno, per un imprenditore o a casa. In quegli anni, il Movimento di liberazione delle donne era molto forte, sia in Europa che in Nordamerica. La proposta di un piccolo gruppo radicale, quello delle Red sokkana, ebbe subito presa, oltre ogni aspettativa. Com’è accaduto ora. L’isola dell’Europa settentrionale allora contava un po’ più di 200.000 persone (oggi ne conta oltre 320.000). Circa 30.000 donne sfilarono nella capitale Reykjavik.
GLI ARCHIVI storici del
movimento femminista riportano le testimonianze di giovanissime dirigenti del
sindacato delle lavoratrici senza qualifica, il meno pagato. «Gli uomini
governano il mondo dalla notte dei tempi, e a cosa assomiglia quel mondo?» Un
venerdì nero, quello, per i maschi – ironizzarono le donne osservando i padri
«sfiniti», i proprietari dei supermercati e i direttori di banche obbligati a
stare alle casse per tenere aperto…
Vigdis Finnbogadottir, madre single e divorziata, quando, nel 1980, verrà
eletta presidente, dirà che senza quel 25 ottobre non sarebbe mai arrivata a
essere «la prima donna presidente eletta democraticamente al mondo». Ma se
pure in Islanda le donne sono il 44% in Parlamento, a parità di lavoro
continuano a percepire solo il 64% circa del salario degli uomini. E molta
polvere cova sotto il tappeto dell’isola che sembrava dover portare al governo
il Partito Pirata, e invece è tornata ai conservatori, e resta sempre membro
fondatore della Nato (pur essendo l’unico senza Forze armate).
LA NUOVA ondata di destra che sta dilagando in Europa e che rischia di far breccia anche in Olanda alle elezioni del prossimo 15 marzo, mostra il ritorno del sessismo più arcaico, proprio in un momento storico in cui il patriarcato è invece più in crisi. Le disuguaglianze nei luoghi di lavoro permangono. L’Istat lo ha confermato in questi giorni per l’Italia: aumenta la distanza fra occupati maschi e femmine: di circa il 20%. L’occupazione maschile è in crescita (al 67%), quella femminile è in calo (al 48,1%).
UNA TENDENZA che si registra anchenel giornalismo. Nell’arco del 2016, le donne hanno guadagnato in media 52.158 euro, i colleghi 66.092 euro. La forbice si alza con l’età, ma si riduce notevolmente per le più giovani. Nel movimento Non una di meno, il tema del sessismo nell’informazione e nella narrazione mediatica è stato discusso in uno degli 8 tavoli, così come quello della distribuzione del potere fra i generi e nelle carriere accademiche. «Nonostante sia luogo di produzione di cultura “alta”, l’università italiana continua a essere attraversata da una cultura profondamente sessista che quotidianamente si esprime attraverso la violenza dei più retrivi stereotipi di genere», dice l’appello di lottomarzo, tettodicristallo@gmail.com.
DIVERSA la situazione in alcuni paesi dell’America latina: principalmente Cuba, ma anche il Venezuela, che ha una costituzione declinata nei due generi in cui si riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico. L’America latina che si richiama al «socialismo del XXI secolo» ha volto di donna. A prendere il centro della scena sono le ultime della catena: indigene, contadine, afrodiscendenti. Donne che pagano sovente un caro prezzo, vittime della violenza di genere e dei femminicidi politici.
UN ANNO FA è stata uccisa in Honduras l’ambientalista femminista Berta Caceres. In questi giorni è stata ammazzata in Colombia la dirigente indigena Alicia Lopez Guisao, promotrice del progetto Cumbre Agraria e Gobierno Nacional. L’hanno uccisa due uomini armati, probabilmente paramilitari al soldo delle grandi imprese che devastano i territori indigeni. Si batteva per l’applicazione degli accordi di pace firmati dal governo con la guerriglia marxista Farc. Le donne colombiane e venezuelane hanno organizzato a Caracas un grande incontro per la pace per chiedere il rispetto degli accordi. Durante i due primi mesi del 2017, in Colombia, sono stati uccisi 20 leader sociali, sei erano donne
===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o ===== o =====
Comunicato di adesione e sostegno allo Sciopero globale delle donne dell’8 Marzo indetto da Non Una Di Meno
Agenzia Stampa CARC, del a marzo 2017
La classe dominante non ha una soluzione positiva per porre fine all’oppressione delle donne. Il marasma a cui la borghesia condanna la vita di miliardi di donne e uomini, giovani e adulti, bambini e anziani delle masse popolari è sotto gli occhi di tutti: l’acuirsi della violenza contro le donne è solo uno dei tanti effetti più gravi di questa crisi, insieme a disoccupazione, precarietà, devastazione e saccheggio dei territori (le grandi opere ma anche a seguito di disastri ambientali come terremoti e inondazioni), smantellamento dei servizi come la scuola, la sanità, le varie forme di assistenza ad anziani, malati, famiglie.
Le donne delle masse popolari oggi subiscono una doppia oppressione: di classe in quanto sfruttate e spremute dalla borghesia con il suo clero al seguito; di genere in quanto svuotate e attaccate da una cultura patriarcale che le relega ad essere oggetti da possedere, corpi da mostrare o deturpare, alla meglio macchine da riproduzione e serve che a testa bassa devono obbedire e arrabattarsi nelle mille incombenze domestiche, alla lunga usuranti e degradanti.
L’oppressione delle donne da parte degli uomini ma più in generale gli attacchi alle condizioni di vita delle donne delle masse popolari hanno principalmente una radice di classe e infatti le donne della borghesia imperialista possono trovare sempre soluzioni alle loro sfortune e sono tra i nostri carnefici: dalla Lorenzin con il suo Fertility Day e più in generale la demolizione della sanità pubblica, alla Marcegaglia che chiude le fabbriche e insieme ai suoi fratellini di Confindustria attacca i diritti di lavoratori e operai o ancora alla riforma della Fornero, solo per citare alcune. L’oppressione delle donne ha la sua causa nel sistema di sfruttamento capitalista: non c’è quindi liberazione delle donne dallo sfruttamento e dall’oppressione degli uomini ne tantomeno il miglioramento delle condizioni di vita di nessuno se non si abbatte questa società e se ne instaura una nuova, il socialismo.
Avanzare nella costruzione del socialismo, per porre fine a oppressione e sfruttamento. L’esempio della prima ondata della rivoluzione proletaria che portò la classe operaia e il resto delle masse popolari a conquistare il potere in URSS, in Cina e negli altri paesi socialisti è lì a dimostrarlo. In quei paesi, proletari di ogni genere, età e provenienza conquistarono quei diritti che oggi ci vengono negati: un lavoro utile e condizioni di lavoro dignitose per la salute degli operai e in particolare delle operaie (le 8 ore di lavoro al giorno; la turnazione, l’astensione e specifici diritti nei lavori degradanti e in particolare per le donne e le madri), il diritto alla sanità gratuita e ad una maternità assistita e consapevole (il diritto all’aborto in URSS fu sancito nel 1920!), una legislazione a favore delle donne maltrattate e a sostegno delle famiglie o il riconoscimento delle unioni civili. Furono quelle conquiste l’esempio e il faro che illuminò quel periodo di grandi conquiste degli anni ’60 e ’70 in Italia. Così come fu l’arretramento del movimento comunista e la “caduta” dei primi paesi socialisti a cui si è aggiunta la crisi del sistema capitalista in corso che segnò anche lo smantellamento di quelle grandi conquiste e diritti che oggi stiamo difendendo con forza e determinazione.
Oggi, la miglior prospettiva per le donne delle masse popolari è essere parte attiva del cambiamento della società. Oggi non serve un movimento di tutte le donne che rivendica alla classe dominante di fare cose che non vogliono fare perché non possono (sarebbe come chiedere ad una bestia feroce e famelica di accudire la sua preda). La miglior prospettiva per il movimento delle donne delle masse popolari è quello di avere un ruolo decisivo nel cambiamento di questa società, unendosi al resto dei movimenti popolari che oggi si battono per la difesa dei diritti e delle conquiste, per applicare la Costituzione nata dalla Resistenza partigiana che sconfisse il nazifascismo.
E’ questa la strada che porta alla vittoria! È questo il percorso che in parte molte donne delle masse popolari attive nei comitati di lotta, associazioni e organismi hanno già imboccato, come ad esempio il Comitato in difesa dell’ospedale San Gennaro a Napoli che proprio in questi giorni, grazie alla mobilitazione delle lavoratrici e degli utenti, ha costretto le autorità locali a riaprire il pronto soccorso e ad inaugurare un consultorio per donne; le Mamme NO INC di Sesto Fiorentino che da protagoniste, insieme alle loro famiglie, stanno difendendo la piana da inceneritori, speculazioni e inquinamento; Nicoletta Dosio che grazie al sostegno del movimento NO TAV ha trasgredito alle misure cautelari imposte dal Tribunale di Torino in quanto esponente di spicco nella lotta contro la devastazione e lo spreco di risorse nella Val di Susa; le operaie della Electrolux, le lavoratrici dei nidi o le operaie di Almaviva che si organizzano per difendere e conquistare un lavoro utile e dignitoso per tutti.
Le mobilitazioni dell’8 Marzo devono essere una tappa per rafforzare l’unità tra il movimento delle donne delle masse popolari e il resto delle masse popolari organizzate e per avanzare nella costruzione della rivoluzione nel nostro paese: moltiplicare, rafforzare e coordinare le Organizzazioni Operaie e Popolari che lottano ogni giorno in difesa dei diritti affinché costruiscano un proprio Governo d’emergenza popolare che applichi la parte più progressista della Costituzione, dando così le gambe alle rivendicazioni delle masse popolari, a partire dal lavoro utile e dignitoso per tutte e tutti.